martedì 9 dicembre 2008

IL CASO DE MAGISTRIS E LE VERITA’ NASCOSTE DELL’INCHIESTA WHY NOT

Da mercoledì scorso, quando la procura di Salerno è scesa a Catanzaro per sequestrare gli atti dell'indagine Why Not e comunicare a un bel po' di magistrati calabresi e lucani che sono indagati per il mega complotto ipotizzato contro Luigi De Magistris.Il titolo che è andato in edicola e in onda a reti unificate e a edicole unificate è "Guerra fra procure", "Guerra fra PM", "Scontro fra procure, interviene Napolitano". Questo è l'unico dato costante. La prima riga del titolo serviva a giustificare la seconda: se c'è effettivamente una guerra fra procure deve intervenire qualcuno a spegnare l'incendio, e quindi meno male che c'è il Capo dello Stato. La domanda è: ma davvero c'è una guerra fra procure? Davvero c'è uno scontro fra PM? Davvero Salerno e Catanzaro stanno sullo stesso piano e si attaccano vicendevolmente, ma abusivamente tanto da giustificare l'intervento del pompiere del Quirinale e dei pompieri del Consiglio Superiore della Magistratura?Vediamo. I fatti sono questi.Qualche mese fa, De Magistris viene trasferito dalle funzioni che occupa e dalla sede che occupa, cioè da Pubblico Ministero e da Catanzaro, dal Consiglio Superiore che stabilisce come lui non possa più fare il Pubblico Ministero e non possa più fare il magistrato a Catanzaro.
Quindi viene trasferito alla giudicante a Napoli.Nel frattempo arrivano in pellegrinaggio alla procura di Salerno decine di suoi inquisiti o di suoi superiori o colleghi che vogliono denunciarlo per enormi nefandezze da lui commesse durante i tre anni di procura a Catanzaro.Soprattutto, si concentrano sulle tre indagini importanti che De Magistris aveva fatto e che, secondo questi denuncianti in processione, sono tutte quante viziate da ogni sorta di nequizia.L'indagine Poseidone, sui depuratori che si dovevano fare in Calabria e che sono stati finanziati dall'Unione Europea con 800 milioni di euro e non se n'è mai visto uno, di depuratore.L'indagine sulle toghe lucane, per i comitati d'affari che collegano magistrati della Basilicata, sui quali è competente a indagare Catanzaro e per questo se ne stava occupando De Magistris. Infine l'indagine Why Not, quella che, oltre a vari faccendieri, ex piduisti, ufficiali dei servizi segreti, della Guardia di Finanza, politici, giornalisti collusi, qualche mafiosetto di passaggio, aveva come principale imputato questo Antonio Saladino, capo della Compagnia delle Opere che è il braccio finanziario-affaristico di Comunione e Liberazione. E, al suo fianco, una lobby trasversale di uomini politici che coinvolge personaggi che stanno intorno all'allora presidente del Consiglio Prodi, che viene lui stesso indagato ma non perché sia accusato di avere fatto qualcosa lui personalmente, ma perché c'era uno di questi del suo giro coinvolto nei rapporti poco chiari con Saladino, che utilizzava un cellulare in uso anche a Prodi. Bene, queste tre indagini, secondo tutti questi processionari che vanno a Salerno, sarebbero viziati da gravi reati commessi da De Magistris: fughe di notizie, abusi.Perché vanno a Salerno a denunciare De Magistris? Perché Salerno è competente a indagare sugli eventuali reati commessi da magistrati di Catanzaro.Per fortuna i magistrati di Catanzaro non possono indagare su se stessi, indaga Salerno.Se poi Salerno ha commesso irregolarità, indaga Napoli. Su Napoli indaga Roma, su Roma indaga Perugia e così a catena. Una volta c'erano le competenze incrociate tra le procure: Perugia indagava su Roma e Roma su Perugia. Brescia indagava su Milano e Milano su Brescia. Genova su Torino e Torino su Genova. Catanzaro indagava su Salerno e Salerno su Catanzaro.Nel 1998, furono cancellate le competenze incrociate per evitare che due procure potessero mettersi d’accordo e coprire le proprie malefatte a vicenda. Anche De Magistris a Salerno fa delle denunce: denuncia a sua volta i suoi superiori e alcuni suoi imputati, avvocati di suoi imputati, giornalisti al seguito dei suoi imputati o dei suoi superiori, che secondo lui lo avrebbero screditato, calunniato, isolato, espropriato delle sue inchieste. Quindi i magistrati di Salerno, ricevendo queste denunce, di De Magistris e contro De Magistris, non possono fare altro che approfondirle per vedere quali sono fondate e quali no.
Lavorano in silenzio, nessuno li ha mai visti in televisione, nessuno li ha mai sentiti parlare, nessuno sa nemmeno che faccia abbiano i pubblici ministeri Gabriella Nuzi e Dionigi Verasani e il loro capo che si chiama Luigi Apicella.A un certo punto, questi tre magistrati di Salerno vengono sentiti dal Consiglio Superiore: la prima volta nell'ottobre dell'anno scorso, quattordici mesi fa, l'altra volta il 9 gennaio di quest'anno, undici mesi fa. Vennero sentiti perché, fermo restando che loro si occupano delle questioni penali, se ci sono reati negli uffici giudiziari di Catanzaro, il CSM si occupa dei profili disciplinari e di incompatibilità.
Vogliono capire che cosa sta emergendo per poter farsi un'idea di qual è il caso De Magistris e, nello stesso tempo, farsi un'idea se ci sono altri, a Catanzaro, che è meglio mandare via oppure sanzionare. I pubblici ministeri di Salerno raccontano, per ore e ore, quello che sta emergendo dalle loro indagini. E quello che raccontano è clamoroso…
Per l'articolo integrale andate sul sito http://voglioscendere.ilcannocchiale.it

venerdì 5 dicembre 2008

IVA IN THE SKY

Ieri si è finalmente conclusa la partita sull’innalzamento dell’Iva. Ed è stato Berlusconi a portare a casa un risultato positivo, almeno un tre a zero, sbaragliando ogni avversario.

Il primo goal lo ha segnato nella Rete di Rupert Murdoch. L’imprenditore australiano, proprietario di Sky, dovrà arrendersi all’idea di pagare il 20% di Iva per ogni abbonato e decidere quanto far pesare il sovraccarico di spese sui clienti Sky.

Il raddoppio è sempre siglato da Sua Emittenza, su assist delle televisioni a cui, ultimamente, chiede aiuto a gran voce perché modifichino la nostra percezione della realtà. Chi ha letto notizie riguardanti questo caso su quotidiani o per esempio su L’Espresso, è venuto a conoscenza che le agevolazioni di Sky sono semplicemente state ereditate , perché prodotte prima che l’azienda televisiva arrivasse in Italia. Tali agevolazioni, risalenti al ’91, erano state previste, piuttosto, per avallare il progetto di espansione di Fininvest nel mercato delle pay Tv. Ricordate Telepiù?

Peccato che in televisione queste cose non si possono dire. Rai e Mediaset mostrano la loro più totale indifferenza nei confronti della verità e si limitano a passare le tirate di Berlusconi dove afferma che non esiste conflitto d’interessi, che la sinistra sta strumentalizzando le azioni del governo e che, soprattutto è stata proprio la sinistra a dare a Sky una aliquota Iva agevolata.

(Menzogne, solo menzogne!)

La terza rete nasce da un retropassaggio sbagliato dell’Unione europea che permettere al bomber di Arcore di chiudere il match. L’Ue, infatti, ha fatto sapere attraverso le dichiarazioni di Maria Assimakopoulou, portavoce del Commissario alla Fiscalità Laszlo Kovacs, che la Commissione Ue avrebbe dovuto aprire una procedura d’infrazione contro l’Italia, se questa non avesse equiparato le aliquote Iva sulla tv a pagamento, suggerendo un riallineamento verso il basso. «La commissione è del parere che le trasmissioni via etere (digitale terrestre) debbano essere soggette a un'aliquota Iva ridotta (10%) identica a quella applicata alle stesse trasmissioni via cavo e via satellite», scriveva all'Italia l'11 aprile 2008 la direzione generale Ue per la Fiscalità..

L’Italia è sempre stato un paese in controtendenza…

giovedì 4 dicembre 2008

VENTI DI RECESSIONE


LA MISTERIOSA STRATEGIA DELL'ON. TREMONTI

di Luigi Guiso 03.12.2008

La strategia anti crisi dell'Italia è ispirata alla massima cautela: misure dell'ordine dello 0,3 per cento del Pil contro il 7 per cento di altri grandi paesi. Si dice per tener conto del debito pubblico. Ma altrettanto rigore non è stato dimostrato in altre vicende. E' una situazione paradossale in cui il governo non ha né una politica fiscale proporzionata alla recessione che stiamo attraversando né una di stabilizzazione strutturale del debito. Ci guadagna solo il ministro dell'Economia, che dall'ambiguità vede aumentare il suo potere.

Quello che non si capisce della politica del ministro Tremonti è la strategia di politica fiscale che la ispira. Il mondo sta andando incontro alla seconda più profonda recessione degli ultimi settanta anni e i paesi importanti, a cominciare dagli Stati Uniti per seguire con Francia e Inghilterra sul fronte occidentale, e Cina su quello orientale, rispondono varando misure anticicliche, e anti crisi finanziaria, di raro importo.

LA CAUTELA DEL MINISTRO

La Cina adotta un piano di nuovi investimenti pubblici, scaglionati nel tempo ma annunciati già oggi, di 7 punti percentuali di Pil. Cifre analoghe vengono impegnate in Inghilterra e negli Stati Uniti. L’Italia è cauta, molto cauta. I provvedimenti fiscali di stabilizzazione del ciclo adottati l’altro ieri dal governo sono dell’ordine dello 0,3 per cento del Pil, una cifra in assoluto modesta, irrilevante rispetto agli eventi da contrastare.
Questa cautela viene giustificata dal ministro del Tesoro con l’indubitabile dimensione del debito pubblico che grava sul paese e l’incombere dei vincoli del Patto di stabilità.
Vi sono tre ragioni per cui questa ragione non convince. Primo, altrettanto rigore non è stato mostrato allorché si è trattato di trasferire sul bilancio pubblico il costo dell’operazione Alitalia che poteva essere evitato vendendo la compagnia sul mercato. Né tanto meno quando si è rinunciato al gettito Ici per onorare una promessa elettorale a spese dell’erario. Avveniva solo pochi mesi fa: lo stock di debito pubblico era allora altrettanto gravoso quanto lo è oggi. E l’impatto sul bilancio pubblico di quelle operazioni è dello stesso ordine di grandezza dei correnti provvedimenti anti-recessione.
Secondo, il governo italiano accentua l’importanza del rigore proprio quando l’Europa, conscia della grave recessione, è disposta a derogare in via temporanea ai vincoli del Patto. È possibile che vi siano vantaggi a stabilizzare il debito durante una clamorosa recessione, ma occorrerebbe dimostrarlo.
Terzo, se la stabilizzazione del debito fosse per il ministro Tremonti il problema principale dell’Italia (io penso lo sia), oggi come ieri, ci si aspetterebbe dal governo un piano pluriennale di rientro, con una strategia quantificata e un impegno a seguirla, costi quel che costi, anche davanti alla più grave recessione cui il paese possa andare incontro. Il piano non c'è, e se c’è riposa in qualche angolo della mente del ministro.
È questa una situazione paradossale in cui il governo non ha né una politica fiscale proporzionata al ciclo che si sta attraversando né una politica fiscale di stabilizzazione strutturale per il medio termine adeguata al gravissimo indebitamento del paese.

A CHI GIOVA L'AMBIGUITÀ

Vi sono due possibili interpretazioni della grande cautela del ministro del Tesoro nel varare significative politiche fiscali anticicliche: una benevola e l’altra maligna. La prima è che il ministro sia molto restio a impegni sostanziali di spesa perché, saggiamente, anticipa uno scenario in cui il governo possa essere chiamato a intervenire pesantemente sulle banche e con il debito pubblico che ci ritroviamo è prudente affrontare un simile scenario conservando qualche margine di manovra. Vi sono segni che c’è del vero in questo, a cominciare dal fatto che il governo è stato cauto anche a non prendere impegni significativi su quel fronte.
L’alternativa, quella maligna, è che la cautela di oggi serva a pre-costituire una riserva di risorse da usare all’occorrenza per adottare politiche di gestione del consenso, come quelle appena varate, o iniziative per risolvere frizioni interne alla maggioranza di governo, ad esempio i costi del federalismo fiscale. La gestione della vicenda Alitalia così come le scelte sull’Ici sono evidenza forte a supporto di questa interpretazione.
L’ambiguità in cui oggi naviga la politica fiscale offre spazio a entrambe le interpretazioni. Il paese ne soffre perché manca di un riferimento certo sulla politica fiscale a medio e lungo termine; ci guadagna il ministro perché consegue molti margini di discrezionalità e quindi di potere. Ne farà buon uso?

mercoledì 3 dicembre 2008

BERLU-SKY: LA STORIA CONTINUA...


Peter Gomez e Marco Lillo per "L'Espresso".

«Ma quale conflitto di interessi. La sinistra ha concesso a Sky per i rapporti che aveva con quella televisione il privilegio del 10 per cento dell'Iva. Abbiamo tolto quei privilegi e abbiamo fatto ritornare l'Iva a Sky uguale a quella di tutti gli altri».

E' proprio questa la vera storia del trattamento fiscale agevolato per la pay tv? "L'espresso" ha fatto una piccola inchiesta per ricostruire la vicenda dello sconto dell'Iva a Telepiù, il primo nome della tv a pagamento che fu fondata dal gruppo Fininvest per essere ceduta prima a una cordata di imprenditori amici, poi ai francesi di Canal Plus e infine nel 2002 a Murdoch che la denominerà con il nome del suo gruppo: Sky.

Si scopre così che l'Iva agevolata sugli abbonamenti della pay-tv italiana è stata un trattamento di favore risalente al 1991 fatto dal ministero retto dal socialista Rino Formica e dal governo Andreotti a Silvio Berlusconi in persona. Non solo: dietro questo favore, secondo la Procura di Milano, c'era persino stato un tentativo di corruzione.

Nel 1997 Il pubblico ministero Margherita Taddei chiese il rinvio a giudizio per Berlusconi. Lo chiese anche sulla base di un fax che fu trovato durante una perquisizione. La missiva era opera di Salvatore Sciascia, allora manager Fininvest e oggi parlamentare del Pdl nonostante una condanna definitiva in un altro procedimento per le mazzette pagate dal gruppo alle Fiamme Gialle.

Nel fax, diretto a Silvio Berlusconi, Sciascia chiedeva di spingere per far nominare alla Corte dei Conti il dirigente del ministero delle Finanze Ludovico Verzellesi, meritevole perché in precedenza si era speso per fare ottenere l'agevolazione dell'Iva al 4 per cento per Telepiù. In pratica, secondo la ricostruzione dei magistrati, la raccomandazione era il ringraziamento di Fininvest per il trattamento ricevuto.

Il fascicolo processuale però fu trasferito nella Capitale per competenza nel 1997. Nel 2000 il Gip Mulliri, su richiesta del procuratore di Roma Salvatore Vecchione e del pm Adelchi D'ippolito (oggi capo dell'ufficio legislativo del ministero dell'economia con Giulio Tremonti) archiviò tutto. Nessuna rilevanza penale, quindi.

Ma restano i dati oggettivi sulla trattativa tra la Fininvest e il ministero per l'abbassamento dell'Iva sulla pay tv: dal 1991 al 1995 quando era controllata o partecipata dal gruppo Berlusconi, Telepiù ha goduto di un'aliquota pari al 4 per cento. Un'agevolazione che allora Berlusconi non considerava scandalosa. Mentre oggi definisce "un privilegio" l'aliquota più che doppia del 10 per cento.

L'innalzamento dal 4 all'attuale 10 per cento fu introdotto alla fine del 1995 nella legge finanziaria del Governo Dini. All'epoca i manager di Telepiù, scelti dal Cavaliere, salutarono così il provvedimento: «È l'ultimo atto di una campagna tesa a mettere in difficoltà la pay tv».

Il 25 ottobre del 1995, Mario Zanone Poma, (amministratore di Telepiù sin dalla sua fondazione) dichiarava alle agenzie di stampa: «L'innalzamento dell'aliquota Iva:

1) contraddice la sesta direttiva della Comunità Europea;

2) contraddice l'atteggiamento degli altri paesi europei verso aziende innovative quali le pay tv;

3) crea una grave discriminazione tra la pay-tv e il servizio televisivo pubblico».

In pratica il manager scelto da Berlusconi diceva le cose che oggi dicono gli uomini di Murdoch.

Effettivamente un ruolo dei comunisti ci fu. Ma a favore del Cavaliere.
Il Governo Dini voleva aumentare l'Iva fino al 19 per cento (come oggi vorrebbe fare Berlusconi ma poi fu votato un emendamento di mediazione che fissò l'imposta al 10 per cento attuale. L'emendamento passò con il voto decisivo di Rifondazione Comunista: il suo leader dell'epoca, Fausto Bertinotti, in un ribaltamento dei ruoli che oggi appare surreale, fu duramente criticato dall'allora responsabile informazione del Pds (e attuale senatore del PD) Vincenzo Vita: «È squallido che Bertinotti abbia permesso un simile regalo a questo nuovo trust della comunicazione, figlio della Fininvest».


Post scrittum
questa volta, a prescindere dal conflitto d'interessi di Berlusconi, sono favorevole all'aumento dell'Iva sugli abbonamenti, che non dovrebbero però superare il 15%. A tale aliquota dovrebbero essere equiparati anche altri beni e servizi che ad oggi godono di agevolazioni incomprensibili, come le uova di struzzo su cui si paga una percentuale inferiore al 10%.

lunedì 1 dicembre 2008

NON DIMENTICATELO MAI


Se n’è parlato e straparlato. Sono state fatte manifestazioni (contro), raccolte di firme. Alla fine, il 25 luglio 2008 la Gazzetta Ufficiale pubblica la legge n. 124 approvata definitivamente due giorni prima in Parlamento. La legge n. 124 è più conosciuta come “lodo Alfano”. "Disposizioni in materia di sospensione del processo penale nei confronti delle alte cariche dello Stato ". Il titolo della legge esprime con chiarezza il proprio obiettivo. Sospendere ogni processo penale a carico dei presidenti delle Camere, Renato Schifani e Massimo Fini, del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e del Primi Ministro, Silvio Berlusconi. Quest’ultimo infatti è ancora imputato per corruzione giudiziaria nel caso delle tangenti all’avvocato David Mills e per il più recente caso di concussione per aver raccomandato attrici in Rai (ricordate le intercettazioni telefoniche tra il premier e il direttore di Rai Fiction Agostino Saccà?). Non voglio adesso perdermi nella giungla dei procedimenti giudiziari del Principe.

Questo è l’unico articolo del lodo Alfano:

Art. 1.

1. Salvi i casi previsti dagli articoli 90 e 96 della Costituzione, i processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e di Presidente del Consiglio dei ministri sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l’assunzione della carica o della funzione.

2. L’imputato o il suo difensore munito di procura speciale può rinunciare in ogni momento alla sospensione.
3. La sospensione non impedisce al giudice, ove ne ricorrano i presupposti, di provvedere, ai sensi degli articoli 392 e 467 del codice di procedura penale, per l’assunzione delle prove non rinviabili.
4. Si applicano le disposizioni dell’articolo 159 del codice penale.
5. La sospensione opera per l’intera durata della carica o della funzione e non è reiterabile, salvo il caso di nuova nomina nel corso della stessa legislatura né si applica in caso di successiva investitura in altra delle cariche o delle funzioni.
6. Nel caso di sospensione, non si applica la disposizione dell’articolo 75, comma 3, del codice di procedura penale. Quando la parte civile trasferisce l’azione in sede civile, i termini per comparire, di cui all’articolo 163-bis del codice di procedura civile, sono ridotti alla metà, e il giudice fissa l’ordine di trattazione delle cause dando precedenza al processo relativo all’azione trasferita.
7. Le disposizioni di cui al presente articolo si applicano anche ai processi penali in corso, in ogni fase, stato o grado, alla data di entrata in vigore della presente legge.
8. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Questo è quanto. 281 parole, esclusi i numeri dei comma. E il premier è salvo per altri cinque anni. Facciamogli tanti auguri.

Votazioni DDL n.1442

DISPOSIZIONI IN MATERIA DI SOSPENSIONE DEL PROCESSO PENALE NEI CONFRONTI DELLE ALTE CARICHE DELLO STATO (DDL 1442)

Riepilogo percentuale della partecipazione al voto
ripartito per Gruppo parlamentare

Gruppo Parlamentare

Presenti

In Missione

Non hanno partecipato

IDV

26 (89,7%)

0 (0%)

3 (10,3%)

LNP

51 (85,0%)

6 (10,0%)

3 (5,0%)

MISTO

12 (75,0%)

0 (0%)

4 (25,0%)

PD

207 (95,4%)

0 (0%)

10 (4,6%)

PDL

249 (91,5%)

12 (4,4%)

11 (4,0%)

UDC

30 (85,7%)

0 (0%)

5 (14,3%)

Riepilogo percentuale del voto espresso
ripartito per Gruppo parlamentare

Gruppo Parlamentare

Favorevoli

Contrari

Astenuti

IDV

0 (0%)

26 (100%)

0 (0%)

LNP

51 (100%)

0 (0%)

0 (0%)

MISTO

9 (75,0%)

3 (25,0%)

0 (0%)

PD

0 (0%)

207 (100%)

0 (0%)

PDL

249 (100%)

0 (0%)

0 (0%)

UDC

0 (0%)

0 (0%)

30 (100%)

Fonte

www.camera.it