giovedì 24 dicembre 2009

NOI I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO


Christiane è una bambina sveglia, intelligente e sensibile. Nel 1968 si trasferisce a Berlino con i genitori. Loro vogliono aprire un’agenzia matrimoniale, ma gli affari vanno male. Christiane cresce accanto ad un padre violento, alcolizzato e senza lavoro, che presto abbandona la famiglia, ed una madre che, dopo l’abbandono del marito, è più impegnata a ricostruirsi una nuova vita piuttosto che occuparsi di sua figlia.

A dodici anni Christiane comincia a fumare hascish alla Haus der Mitte, il centro giovanile della Chiesa luterana di Gropiusstadt. Poi passa alle droghe sintetiche: Valium, Mandrax, LSD, Efedrina, con le quali si stordisce quando va al Sound, “la più moderna discoteca d’Europa”, uno scantinato maleodorante e centro dello spaccio di stupefacenti e della prostituzione giovanile. Al Sound conosce Detlef, un ragazzo poco più grande di lei, con cui instaura un rapporto che va oltre l’amicizia.

A quattordici anni, dopo un concerto di David Bowie, sniffa per la prima volta eroina. Pochi mesi più tardi comincia a bucarsi.

Trascorre i successivi due anni nel tunnel della droga, vivendo due vite distinte: la mattina frequenta la scuola e il pomeriggio va la stazione dello zoo di Berlino, in compagnia di altri giovani “bucomani”, dove comincia a prostituirsi per potersi permettere la “roba”.

La madre, ignara per molto tempo della tossicodipendenza della figlia, cerca di aiutarla ad uscire dal vortice dell’eroina, ma la disintossicazione è un processo lungo e doloroso. Christiane non riesce a sostenere le terapie, anche per la sua giovane età e spesso ricade nella spirale della droga e della prostituzione.

Nel 1978 arriva la sua prima condanna per detenzione di stupefacenti e ricettazione, ma la pena viene sospesa con la condizionale perché ancora minorenne.

È proprio da questo processo che traggono spunto due giornalisti dello Stern, Kai Hermann e Horst Rieck per scrivere alcuni articoli sul problema della droga tra i giovani degli anni settanta. Ma quella che doveva essere un’intervista di un paio d’ore con Christiane Vera F., diventano due mesi di lavoro. Ne nasce un libro di successo mondiale, coinvolgente e sconvolgente.

È una storia che va oltre la narrazione della vita di una eroinomane. Attraverso il racconto di Christiane, il lettore non prova solo il dolore della tossicodipendenza, dell’astinenza e della disintossicazione; non rivive solo l’orrore di una quattordicenne che vende il proprio corpo per procurarsi i marchi necessari per un quartino d’ero. Questo libro dipinge un quadro ben più ampio di una vita distrutta dagli eccessi. La droga è solo l’effetto, una conseguente degenerazione di un contesto familiare e sociale grigio, alienante e distratto. A casa di Christiane i rapporti familiari erano totalmente assenti. Il padre sfogava la sua violenza in casa picchiando lei e la sorella più piccola. Dopo la separazione la madre si trasferisce con le figlie in un’altra abitazione, ma era spesso fuori casa per lavoro.

L’ambiente sociale in cui viveva, povero e pieno di restrizioni, la frustrava e le insegnava a combattere ed infrangere le regole per ottenere una certa forma di rispetto. Il suo grido di solitudine e voglia di essere amata soffocava tra le mura fatiscenti dei palazzi popolari e svaniva nel fumo di un chilum, moriva nello sballo di un acido

“La mia famiglia era il mio gruppo. Lì c’era qualcosa come amicizia, tenerezza e in un certo senso anche amore. Già solo il bacio di saluto che ci davamo mi faceva impazzire. Mio padre non mi aveva mai baciato così.”

Bastano poche righe per capire il dramma di Christiane, che rappresenta il dramma di una generazione vissuta miseramente: senza l’amore e le cure di un genitore, senza educazione e valori, senza l’aiuto di una società troppo impegnata a produrre e consumare. L’alienazione dalla famiglia portava migliaia di giovani a individuare nuovi modelli di riferimento e una nuove scale valoriali costruite con falsi miti e sentimenti superficiali, frutto dello stesso consumismo e conformismo che cercavano di combattere.

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è il documento che racconta uno spaccato di vita di 30 anni fa, ma è anche un libro fuori dal tempo, un tempo che non è mai passato. Il problema della droga sussiste, la violenza fra le mura domestiche c’è, ma spesso non è denunciata e per questo ignorata, il sistema consumistico dilaga imperante sostenuto dall’avvento della globalizzazione. Questi elementi permangono nonostante si svelino al mondo sotto altro aspetto.

Allora, forse, vale la pena soffermarci di nuovo a riflettere sulle parole di una ragazzina che troppo presto ha toccato il fondo della sua umanità, e cercare di riaprire un dialogo con una madre spaventata, con un figlio disorientato, con un amico lontano. Ma prima di tutto, tornare a parlare alla propria coscienza.

sabato 19 dicembre 2009

COPENAGHEN: IL CLIMA PUO’ ATTENDERE


RAGGIUNTO L'ACCORDO, MA NON E' VINCOLANTE

La Conferenza Onu ha “preso nota” dell’accordo sulla lotta ai cambiamenti climatici raggiunto ieri a Copenaghen. Dopo una notte segnata dalla forte opposizione al testo da parte dei Paesi piccoli, i delegati hanno rinunciato a votare ogni punto del documento, optando per una formula meno impegnativa del 'prendere nota' dell'accordo.

Alla fine i paesi in via di sviluppo hanno ceduto anche perché, senza un accordo all'unanimità, non avrebbero potuto essere attivati nemmeno i fondi previsti dall'Accordo per i Paesi del Terzo mondo, pari a 30 miliardi di dollari entro il 2012, rispetto ai 10 inizialmente previsti.

Di fatto l’intesa è stata raggiunta con un documento senza cifre sulle riduzioni della Co2, con il riconoscimento dei dati scientifici che stabiliscono a 2 gradi il massimo aumento della temperatura, e con un’unica certezza, i fondi: 30 miliardi di dollari nel triennio 2010-2012 e 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020.

«Non siamo qui per parlare, siamo qui per decidere» aveva dichiarato Barack Obama ieri mattina, ma non è stato facile. Con lo scorrere delle ore i toni sono cambiati. "C'è ancora molto da fare. Dovremo lavorare ancora per arrivare a un'intesa vincolante per tutti". Poi aveva ribadito che gli Stati Uniti non sono legalmente vincolati dall'accordo ma ribadiscono i loro obiettivi per il taglio delle emissioni.

A vincere è stata la Cina che ha rifiutato il target di emissioni globali al 2050 del 50% per tutti i paesi. Il presidente francese, Nicolas Sarkozy ha espresso “delusione” per il mancato riferimento al taglio delle emissioni e ha annunciato una nuova Conferenza a Bonn entro 6 mesi.

I Paesi del Terzo mondo hanno tenuto svegli i delegati tutta la notte. L’arcipelago di Tuvalu nel Pacifico è stato protagonista di una ferma opposizione insieme a Venezuela, Bolivia, Cuba, Nicaragua e Costarica. Apisai Ielemia, il presidente di Tuvalu, ha detto che il loro futuro “non e' in vendita. Per noi questa trattativa decide semplicemente la nostra vita o la nostra morte”. Le nove piccole isole collocate nel mezzo dell’Oceano potrebbero essere cancellate con un’inondazione o un uragano. E i soldi non fermerebbero queste catastrofi.

Per Tuvalu l’Italia ha offerto qualcosa di più interessante dei soldi. Il progetto ideato dal direttore generale Corrado Clini e realizzato con il Centro euromediterraneo sui cambiamenti climatici darebbe un servizio meteorologico avanzato integrando le previsioni a breve con quelle a lungo e medio periodo. Stefania Prestigiacomo, ministro dell’Ambiente, lo aveva presentato a New York, durante l’ultima commissione dello Sviluppo sostenibile dell’Onu ricevendo apprezzamenti dagli altri Paesi membri..

Anche le associazioni ambientaliste hanno sùbito protestato e denunciato il fallimento del summit. “Ma quale accordo storico: è un fiasco totale” ha attaccato Greeenpeace. Ma il ritmo di crescita dell'eolico nel mondo ha battuto le previsioni degli ambientalisti. Nel 2008 gli investimenti nelle rinnovabili hanno superato quelli nelle fonti convenzionali. La Cina è uscita vincitrice da questo accordo che le permette di continuare la sua corsa verso la conquista della leadership economica mondiale, anche nel settore delle rinnovabili, ma deve fare anche i conti con la capitale assediata dal deserto, l'inquinamento galoppante e il rischio che una parte importante dei benefici economici della crescita sia inghiottita nel buco del dissesto climatico.

venerdì 18 dicembre 2009

L’ANCI INTERROMPE I RAPPORTI CON IL GOVERNO

Chiamparino: Ci vengono propinati altri duecento milioni di tagli: è accanimento terapeutico sui Comuni.

L’Anci, l’Associazione nazionale comuni italiani, ha formalizzato l’interruzione dei rapporti con il Parlamento attraverso due lettere consegnate ai Ministri Maroni e Fitto.

Dopo l’approvazione della finanziaria alla Camera, una lettera sottoscritta dal Presidente Chiamparino ha comunicato la decisione di desertare tutte le future riunioni della Conferenza Stato-Città e della Conferenza unificata. “Abbiamo apprezzato quanto di positivo il governo ha fatto restituendoci parzialmente, seppur con due anni di ritardo, l’Ici sulla prima casa. Per il resto non c’è francamente nulla delle cose che abbiamo richieste”, queste le dichiarazioni nell’intervista rilasciata a Rai News24 da Sergio Chiamparino che, dati alla mano, ha messo in evidenza l’ammanco di oltre trecento milioni di euro necessario a coprire integralmente quello che era il gettito derivante dall’Ici. Porte chiuse anche sugli altri fronti di trattativa: in finanziaria sono previsti circa duecento milioni di tagli oltre ad un Patto dei Stabilità rigido ed in contrasto con l’ideologia del federalismo fiscale.

L’Anci aveva chiesto da tempo al Governo una discussione seria sulla modifica del Patto di stabilità e la restituzione dell’autonomia finanziaria ai Comuni che consentirebbe a quelli “che hanno i soldi di poter fare investimenti piccoli, molto utili alla ripresa economica”.

Chiamparino ha proseguito invitando il governo a riaprire un tavolo di confronto per temi come i costi delle burocrazie centrali e l’abolizione delle province e ha considerato i tagli imposti uno “spot” per il Governo che, a suo avviso, risparmierebbe soltanto dodici milioni di euro facendo passare i Comuni come degli sperperatori. E Chiamparino non ci sta.

BERLUSCONI TORNA AD ARCORE

"Non prevarranno nè la violenza delle pietre, nè quella peggiore delle parole"

Il Presidente del Consiglio è tornato a Villa San Martino verso le quattro di oggi pomeriggio. I primi ad accoglierlo al cancello di casa sua sono stati un gruppo di simpatizzanti e il primo cittadino di Arcore, Marco Rocchini che ha detto di aver trovato il premier forte nonostante l’aspetto provato.

Berlusconi ha lasciato l’ospedale San Raffaele questa mattina con una vistosa fasciatura sul volto. Prima del rientro a casa, si è recato dal suo dentista di fiducia per sottoportsi ad un intervento di ricostruzione di un incisivo superiore e alla medicazione dell'altro dente danneggiato durante l'aggressione. L' intervento è durato circa quattro ore.

“Mi rimarranno due cose come ricordo di questi giorni: l'odio di pochi e l'amore di tanti, tantissimi, italiani – ha fatto sapere il Primo Ministro, dopo aver evitato i cronisti che lo attendevano fuori dal nosocomio-. Agli uni e agli altri faccio la stessa promessa: andremo avanti con più forza e più determinazione di prima sulla strada della libertà. Lo dobbiamo al nostro popolo, lo dobbiamo alla nostra democrazia, nella quale non prevarranno né la violenza delle pietre, né quella peggiore delle parole.”

Resta a San Vittore, Massimo Tartaglia, l'uomo di 42 anni di Cesano Boscone che domenica sera si e' reso responsabile dell'aggressione nei confronti del premier.

Il Gip di Milano, Cristina Di Censo, ha bocciato la richiesta dei difensori dell’imputato che, in occasione dell'udienza di convalida del fermo, avevano chiesto per il loro assistito il ricovero in una comunità terapeutica. Tartaglia sarà rinchiuso in una cella singola all'interno del reparto psichiatrico del penitenziario milanese e sarà monitorato da un pool di medici.

martedì 15 dicembre 2009

FICUCIA SULLA FINANZIARIA. FINI: “SCELTA DEPRECABILE”

Nuove tensioni tra il Presidente della Camera e parte della maggioranza.

“E' una decisione legittima ma riveste carattere politico perché attinente esclusivamente ai rapporti tra maggioranza e governo. Ed è per tale motivo che la presidenza della Camera ritiene deprecabile questa scelta” ha dichiarato il Presidente della Camera a proposito della fiducia chiesta dal governo sul secondo articolo della Finanziaria. A poche ore dall’aggressione al Premier, la tregua tra Berlusconi e Fini è già terminata. Dopo la richiesta avanzata dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Elio Vito, Fini è intervenuto nell’Aula di Montecitorio facendo notare ai colleghi che l’apposizione della fiducia “non può essere in alcun modo considerata una decisione di carattere tecnico, non essendo giustificabile con ostacoli procedurali” perche l’opposizione “non ha avuto atteggiamenti ostruzionistici”, perciò “non può che essere considerata dalla presidenza che come una decisione attinente a questioni di carattere politico”. Gli emendamenti da verificare, infatti, erano solo sessantaquattro, di cui cinquantacinque dell’opposizione. Il presidente della Camera ha poi ricordato che “i tempi per l’esame del testo in aula sono contingentati, ed avrebbero consentito anche senza la fiducia di approvare il testo nei tempi previsti compatibilmente con il passaggio al Senato”.

Immediate le reazioni di alcuni esponenti della maggioranza a partire dalla Lega, con Calderoli, che ha affermato: “Dalla presidenza della Camera ci si attende l'applicazione dei regolamenti, non certo valutazioni sul fatto se sia deprecabile o meno una richiesta di fiducia, la cui valutazione di merito spetta all'esecutivo, in quanto la richiesta di fiducia è finalizzata proprio a verificare il rapporto fiduciario intercorrente tra la maggioranza e l'Esecutivo”.

Contro Fini anche Osvaldo Napoli, vicepresidente del Pdl: “Il presidente della Camera indica scelte politiche che non gli competono. La sua posizione è insostenibile. Lui non dirige più i lavori d'Aula, ma detta scelte che spettano al governo. Neppure può scambiarsi per il leader dell'opposizione”.

Anche l’ex segretario del Pd, Dario Franceschini, è andato all’attacco: “La fiducia è l’unico modo per tenere insieme questa maggioranza” in cui “ci sono problemi politici irrisolti che emergono puntualmente».

Intanto, la conferenze di capigruppo ha deciso che la votazione sulla fiducia - la ventisettesima in 19 mesi di governo Berlusconi - si terrà domani a mezzogiorno, mentre il voto finale dovrebbe arrivare giovedì.

BERLUSCONI VITTIMA DEL SISTEMA "VIOLENTATO"

Condivido la linea di pensiero condotta da Di Pietro, tuttavia ritengo che, in certi momenti, sarebbe opportuno non eccedere per evitare di essere strumentalizzati. Era inevitabile che il Pdl ci marciasse sopra. Partiva avvantaggiato solo perchè Berlusconi è stato vittima di un aggressione. A quel punto, ritengo sarebbe stato più saggio porgere la solidarietà all'uomo e fermarsi lì. Inutile ribadire il concetto che lui sia il primo istigatore alla violenza. Queste dichiarazioni hanno permesso alla maggioranza di marciarci sopra e ci hanno completamente divorato.
Il volto sfregiato di Berlusconi ha catalizzato l'attenzione delle persone, tanto da lasciare nell'ombra le solite accuse contro magistrati e la sinistra, la maggioranza coesa e la fine della crisi che il Premier ha pronunciato dal suo palco domenica pomeriggio.
Berlusconi non era mai stato in difficoltà come in questo momento. L'aggressione gli ha ridato forza, paradossalmente. Per questo sono dell'avviso che non bisognava gettare benzina sul fuoco. Non sempre fare la prima mossa può essere un vantaggio. Il Pdl avrebbe sicuramente strumentalizzato la vicenda e non ci si poteva accontentare di un Tartaglia qualunque. E Di Pietro è stato il primo ad offrirgli un movente. Ingenuo? Io purtroppo non riesco a capire. Volete dirmi che Di Pietro non aveva capito che loro aspettavano proprio questa sua reazione?
Vi ripeto: condivido la linea di pensiero di Di Pietro, secondo cui Berlusconi è stato vittima di un sistema distorto e violento che lui per primo ha contribuito a creare, ma credo che, almeno per questa volta, fermarsi prima sarebbe stato opportuno. " Berlusconi è stato vittima di un sistema distorto e violento", stop.
Non credo che in futuro mancheranno le occasioni per criticare la deriva xenofoba e fascista di questo governo.
Una volta possiamo fermarci a riprendere fiato. E pensare che gli elettori sono tanti, milioni. E ognuno pensa con la propria testa. Ma la maggioranza di questi guarda soltanto la tv per informarsi e questo sarebbe sufficiente a capire che saremmo partiti ad ogni modo svantaggiati. Fede ci ha scomunicati e giù a cascata gli altri canali cercano, a modo loro, di evitarci. La politica è fatta anche di pause, chiamamole di riflessione.Non abbiamo voluto usufruire del time out. Adesso non c'è messaggio positivo, da parte dell'Idv che filtri nella tv e non ci resta che evitare il fuoco nemico.
Aspetto le vostre riflessioni.
A presto.

lunedì 14 dicembre 2009

BERLUSCONI RICOVERATO AL SAN RAFFAELE. STA MEGLIO

La sua prima richiesta è stata quella di poter leggere i quotidiani. Ha reagito così, Silvio Berlusconi, ricoverato da ieri sera all'Ospedale San Raffaele di Milano subito dopo l'aggressione subita. Il Premier ha trascorso una notte tranquilla, anche se il portavoce Paolo Bonaiuti ha fatto sapere ai microfoni di Canale 5 e SkyTg24 che il periodo di osservazione sarà prolungato di altre 24 ore. Alberto Zangrillo, medico di fiducia del premier, in piazza al momento dell'aggressione, ha spiegato che la prognosi è di 20 giorni in quanto la tac avrebbe evidenziato una frattura del setto nasale, oltre ad una ferita lacero-contusa che ha richiesto punti di sutura al labbro inferiore.

Il Capo del governo era in Piazza Duomo, a Milano, in occasione della cerimonia di avvio del tesseramento al Pdl. Alla fine del comizio è stato colpito al volto con un souvenir del Duomo mentre firmava autografi circondato dalle guardie del corpo e dai suoi fans.

L’aggressore, Massimo Tartaglia, 42 anni, incensurato, è stato subito arrestato e trasferito al carcere di San Vittore con l’accusa di lesioni pluriaggravate dalla premeditazione e dalla qualifica di pubblico ufficiale della parte offesa. Dalle indagini effettuate dalle forze dell’ordine è emerso che l’uomo, che avrebbe agito da solo, era in cura da 10 anni per problemi mentali al Policlinico di Milano.

Solidarietà al Premier e ferma condanna per il gesto di violenza subito. Questa la linea tenuta dalla maggior parte del mondo politico istituzionale, a cominciare dal Presidente Napolitano.

Per Casini “la violenza anche in politica è intollerabile”, mentre Bersani definisce il gesto “inqualificabile”. A sollevare le proteste, invece, sono le dichiarazioni di Di Pietro a Bindi. Il primo, nonostante la condanna dell’aggressione, ha affermato che questo tipo di violenza è l’effetto dell’istigazione del Presidente del Consiglio. La seconda ha chiesto al Primo Ministro di non assumere un atteggiamento vittimista.

Dure le reazioni da parte della maggioranza che ritengono le parole di Di Pietro e Bindi inaccettabili.


venerdì 11 dicembre 2009



Chiunque volesse aderire all'appello può sottoscrivere la petizione all'indirizzo:
http://www.petizioneonline.it/petizione/firenze-no-alla-cancellazione-dei-processi/

BERLUSCONI ATTACCA LE ISTITUZIONI A BONN. NAPOLITANO: “ATTACCO VIOLENTO”. FINI: “L’ARBITRO DEVE ESSERE RISPETTATO”


Silvio Berlusconi è tornato ad attaccare i magistrati, la Corte Costituzionale e il Capo dello Stato. Lo ha fatto ieri, a Bonn, durante il congresso del Ppe, davanti ad una platea imbarazzata dalle parole del Premier italiano. Berlusconi ha parlato di un partito dei giudici che si oppone al legislatore e abroga le sue leggi grazie all’aiuto della Consulta, riferendosi alla bocciatura del lodo Alfano e alle dichiarazioni della sesta Commissione che avrebbe trovato un profilo di incostituzionalità nel ddl sul processo breve depositato al Senato il 12 novembre scorso. Berlusconi non ha risparmiato neppure Napolitano che ha definito arbitro di parte e uomo di sinistra come lo sarebbero stati i suoi due predecessori.
Si riaccende così la tensione tra il Presidente del Consiglio e il Quirinale. In una nota ufficiale, il Colle ha espresso la preoccupazione di Napolitano che, con toni duri, aveva definito quelle dichiarazioni un “attacco violento alle istituzioni”.

Anche Gianfranco Fini è tornato a chiedere chiarimenti, critico soprattutto sulla scelta del contesto scelto dal Presidente del Consiglio per il suo sfogo. Prendendo le difese dell’inquilino del Colle, oggi, davanti agli studenti dell’università della Calabria, ha ricordato che in politica servono valori condivisi, rispetto della Carta costituzionale e dell’arbitro.

Aspre critiche sono arrivate anche dall’opposizione. Di Pietro ha parlato di uso privato del Parlamento e ritorno al fascismo, mentre Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd ha definito indecente il comizio di Berlusconi, il primo a non rispettare gli organi di garanzia della democrazia italiana.

Ferma la posizione del Premier che non ha rettificato le sue dichiarazioni e non ha aggiunto niente per allentare le duplici tensioni con il Quirinale e il Presidente della Camera. Si è detto pronto, invece, a tornare alle urne per riconfermare la sua leadership in risposta ad una opposizione che si serve dei processi e dei pentiti di mafia per metterlo fuori gioco.

UN SISTEMA CHE CONTINUA A FARE ACQUA

La storia della privatizzazione dell'acqua è una bufala mediatica: è il meccanismo di affidamento a cambiare, non la proprietà dell'impresa. Piuttosto, con il decreto non si fa alcun passo avanti verso la risoluzione dei veri problemi del settore idrico. La debolezza industriale del settore nasce infatti dalla fragilità e dalla confusione del sistema di regolazione. Continueranno a rimanere al palo gli investimenti. Ma ogni giorno che passa senza investire nell'acqua è un debito che si accumula sulle spalle delle gestioni future.

Credit © European Communities, 2009

Neppure Orson Welles avrebbe saputo confezionare una bufala mediatica come quella della “privatizzazione dell’acqua”. Come ha ben spiegato Carlo Scarpa, non c’è nessun obbligo di privatizzazione alle porte; c’è piuttosto l’obbligo per gli enti locali di indire una gara, alla quale potranno partecipare anche le imprese pubbliche. È il meccanismo di affidamento a cambiare, non la proprietà dell’impresa, che potrà essere, come è stato finora, pubblica, privata o mista.

UN CONCORSO DI BELLEZZA PER L'ACQUA

Il pubblico continua a tenere le redini: è la parte pubblica a stabilire le condizioni dell’affidamento e a fissare le tariffe, sono le condizioni pattuite nel contratto di servizio a dettare legge. Il privato prenderà i servizi in affidamento, operando in nome e per conto del pubblico, alle condizioni stabilite dal pubblico. In ogni caso, nessuno impedirà alle aziende pubbliche di vincere le gare, tanto più che saranno gli stessi sindaci a deciderne l’esito.
Le gare saranno “concorsi di bellezza”, in cui l’incumbent partirà con un tale vantaggio che ben difficilmente potrà perdere se i comuni non lo vorranno. E i privati, che lo sanno, ben difficilmente sprecheranno tempo e denaro per partecipare a gare il cui esito è già scritto, se non forse in quei casi in cui la gestione pubblica ha dato finora prove così sgangherate da ritenere plausibile che la politica locale voglia cogliere l’occasione per ripensare gli assetti già costituiti.
Anche la tanto esecrata norma che prevede la discesa dell’azionista pubblico sotto il 30 per cento è stata mal compresa: non si tratta di un obbligo, infatti, ma solo della condizione per conservare l’affidamento diretto. I comuni, cioè, non sono obbligati a vendere. Possono scegliere se vendere e conservare l’affidamento originario, oppure tenere le aziende come sono e farle partecipare alla gara, che con ogni probabilità vinceranno. Tra l’altro, la possibilità di vendere ulteriori quote perdendo la maggioranza relativa esisteva ben prima del decreto. In ogni caso, 30 o 51 per cento cambia poco: queste aziende già oggi si comportano, a tutti gli effetti, come imprese private, dovendo fare i conti con la capitalizzazione di borsa, che sta a cuore anche ai comuni proprietari.
Le bandiere arcobaleno della protesta possono dunque tornare negli armadi: non c’è nessuna multinazionale assetata di profitto a insidiare il prezioso oro blu.

INVESTIMENTI AL PALO

Tanto rumore per nulla, quindi? No. Perché se è vero che questo decreto cambia poco, è anche vero che non fa alcun passo avanti verso la risoluzione dei veri problemi del settore idrico, rinviando semmai di altri due-tre anni almeno l’avvio a regime del sistema. Questi anni andranno perduti tra bandi di gara, carte da bollo, ricorsi al Tar, sgambetti reciproci tra gli aspiranti candidati. Le aziende saranno impegnatissime nel preparare offerte e stringere alleanze; nel frattempo, la gestione continuerà a navigare a vista.
Tanto lavoro per avvocati e consulenti, mentre nessuno batterà un chiodo, nell’attesa della fine dell'ennesima fase transitoria. Quale banca potrebbe essere così pazza da prestare denaro a lungo termine a un soggetto che domani mattina potrebbe scomparire, le cui obbligazioni non sono garantite da un affidamento e un contratto di servizio credibile? E del resto, quale azienda potrebbe avere voglia di pensare al lungo termine finché le condizioni dell’affidamento non saranno chiare e soprattutto stabili?
A rimanere al palo saranno, ancora una volta, gli investimenti, che già oggi scontano ritardi enormi. La riforma del 1994, secondo il legislatore, doveva andare a regime in un paio d’anni al massimo: ce ne sono voluti quindici, nel corso dei quali nessuno ha investito un centesimo. E anche ora che faticosamente la farraginosa macchina messa in piedi dalla legge Galli si è messa in moto, i dati mostrano che gli investimenti effettivamente realizzati sono meno della metà di quanto i piani avevano previsto. Nel frattempo, incalzano le procedure di infrazione per le direttive europee che non abbiamo ancora incominciato ad attuare, e i nostri fiumi e laghi soffrono per l’inadeguatezza di un sistema di depurazione fatiscente. Altro che acquedotti: sono le fogne e i depuratori le vere emergenze idriche di questo paese. Il valore che spesso si sente citare – 60 miliardi di euro da investire nei prossimi dieci anni – è in realtà una stima largamente per difetto, che risulta dall’aggregazione di quanto i piani degli enti locali hanno sinora ipotizzato.

NON BASTA L'AUTHORITY

I commentatori più avveduti riconducono la debolezza industriale del settore alla fragilità e alla confusione dell’attuale sistema di regolazione. Con le gare, questa fragilità si rivelerà in modo ancora più palese. Ma non basta invocare un’authority - taumaturgo: occorre avere le idee ben chiare su quali sono i nodi critici su cui una riforma della regolazione deve andare a incidere.
Gestire i servizi idrici sopportandone i rischi industriali richiede un modello di affidamento elastico e flessibile, capace di rendere prevedibili i flussi di cassa futuri adattandosi alle contingenze. Questa industria è caratterizzata soprattutto da costi fissi e affondati per lunghissimi periodi, dunque reclama una garanzia dei ricavi totali, a fronte di un gran numero di eventi futuri che sollecitano aggiustamenti periodici dei parametri economici: investimenti, costi operativi ammessi, oneri finanziari, tariffe. La proprietà delle aziende, sotto questo profilo, non fa differenza.
Solo Rufus Firefly – il dittatore pazzo de “La guerra lampo dei fratelli Marx” – sapeva creare regole più eccentriche, ondivaghe e imprevedibili di quelle che caratterizzano il settore idrico oggi in Italia. Ci sono troppi regolatori che fanno cose contraddittorie, intralciandosi l’un l’altro. Ci sono soggetti – segnatamente, gli Ato – sul cui capo si assommano impropriamente sia il ruolo di controparte contrattuale dei gestori, sia quello di regolatore, mentre i sindaci che ne fanno parte sono spesso anche i proprietari delle aziende che dovrebbero essere regolate, dando luogo a conflitti di interesse di ogni genere. Ci sono troppi principi enunciati in modo generico, cui non corrisponde una traduzione adeguata in termini di diritti, doveri, chi fa che cosa, chi è responsabile se le cose vanno male.
C’è un meccanismo di affidamento che a parole invoca la gestione industriale e imprenditoriale, ma poi la svuota di contenuti prevedendo che sia l’Ato, ossia l’ente pubblico concedente, a elaborare i piani di investimento e a corredarli di un piano finanziario, relegando il gestore nello scomodo ruolo di chi dovrebbe realizzare a proprio rischio un piano redatto da altri, con ipotesi di sostenibilità finanziaria quasi sempre sballate. C’è un altro meccanismo, che prevede la revisione triennale dei piani, ma non si preoccupa di disciplinare in che modo la revisione dovrebbe avvenire, a quali condizioni il gestore può rifiutarsi di eseguire quanto previsto dal piano se le ipotesi alla sua base non tengono, cosa accade se gestore e Ato non sono d’accordo sui termini della revisione.
C’è una norma che proclama solennemente la copertura dei costi attraverso le tariffe; peccato che il sistema di contabilità regolatoria, cui compete l’individuazione delle voci di costo ammesse e i criteri per valutare il capitale investito e il suo rendimento, contenuto in un decreto del 1996, non sia mai stato cambiato da allora, nonostante le sue evidenti lacune. Ci sono altri metodi istituiti da alcune Regioni come l’Emilia-Romagna, che si discostano in modo significativo da quello nazionale, ed è tuttora in piedi il conflitto tra livelli di governo su quale dei due debba prevalere. In un settore in cui il 90 per cento dei costi sono riconducibili agli investimenti, l’assenza di un criterio adeguato per misurare il costo del capitale riduce l’equilibrio finanziario a una questione di mera copertura dei costi operativi, lasciando agli investimenti solo margini aleatori. E può capitare che aziende in situazione apparentemente florida piombino nell’insolvenza non appena devono spendere per rifare qualche tubo.
La copertura dei costi, peraltro, viene intesa poco più che a piè-di-lista; la valutazione comparata dell’efficienza, premessa di qualunque sistema di regolazione incentivante, è affidata a una formula econometrica calcolata in modo misterioso, della quale il governo si è sempre rifiutato di rivelare la fonte e perfino la reale significatività statistica; e che non viene aggiornata da tredici anni.
Finché questi nodi non verranno sciolti, il settore continuerà a non saper come reggersi in piedi. Pubblici o privati che siano i gestori, nessuno sarà in grado di presentare a chi finanzia programmi credibili con rischi delimitati e calcolabili.
Ogni giorno che passa senza investire nell’acqua è un debito che si accumula sulle spalle delle gestioni future, che dovranno pagare il doppio per recuperare il tempo che noi stiamo perdendo in scomposti dibattiti all’italiana sui massimi sistemi del mondo.
Saranno i nostri figli e nipoti a pagare il conto. Tutti invocano il “diritto all’acqua”. Sarebbe bene cominciare a renderci conto che a questo diritto corrisponde il dovere di farci carico dei costi necessari. La cosa che fa ancora più tristezza è l’entità della cifra che sarebbe necessario sborsare: in media, sono poche decine di euro all’anno per famiglia. È mai possibile che la settima potenza industriale del pianeta non sappia trovare il modo di mobilitare una cifra così esigua, per fare una cosa che, a parole, tutti convengono sia necessaria?

Di Antonio Massarutto da www.lavoce.info

giovedì 10 dicembre 2009

GERMANIA, LA MERKEL TASSA INTERNET


Il governo tedesco sta valutando l’introduzione di una tassa-canone per l’uso di Internet su computer o telefoni cellulari. La cancelliera Angela Merkel, insieme ai suoi cristiano-conservatori (CduCsu) e agli alleati liberali (Fdp) del vicecancelliere e ministro degli Esteri Guido Westerwelle,

sono d’accordo nel far pagare una quota mensile di 17,98 euro, pari al canone versato dai tedeschi per vedere la tv e ascoltare la radio, alla GEZ, l’esattoria centrale.

La notizia non è nuova in Germania. Editori e politici avrebbero stretto un accordo ancora prima delle ultime elezioni per difendere e sostenere la carta stampata in crisi per la diffusione gratuita dei suoi contenuti sulla Rete e la conseguente perdita di molti lettori.

I governatori dei sedici Stati (Bundeslaender) della Repubblica federale stanno discutendo sulla scelta del modello d’imposizione.

Il primo prevede il pagamento del canone in aggiunta alla flat rate su internet o all'abbonamento a una rete cellulare, per tutti i possessori di un pc o di un apparecchio mobile collegabile al web.

Il secondo estenderebbe la stessa tassa a tutti i cittadini, a prescindere da quali tv, radio, computer o cellulari il nucleo familiare possieda o no.

Ad oggi, chi dichiara di non possedere tv e radio, ma usufruisce della rete per vedere programmi televisivi e radiofonici, paga un terzo del canone, circa 6 euro al mese.

Una scelta difficile quella presa dal governo tedesco, che diventerebbe il primo al mondo ad equiparare la Rete alla televisione e alla radio; ma il liberale Rainer Bruederle, alla guida del ministero dell'Economia, promette grandi investimenti sulla banda larga che produrebbero la creazione di un milione di posti di lavoro in tutta l'Unione europea.

mercoledì 2 dicembre 2009

QUESTIONE DI STILE


"Fini non ha detto nulla di nuovo, perchè ha tradotto in prosa quello che di solito dice in poesia".

Questa è la dichiarazione di Pierferdinando Casini in merito alle parole del Presidente della Camera registrate per caso durante un convegno. Dichiarazione che spiega chiaramente il motivo per cui questa notizia non ha niente di sensazionale. Non è uno scoop. Fini, non ha fatto altro che ribadire ciò che ha sempre detto utilizzando un linguaggio diverso: più diretto, confidenziale, spicciolo, leggero. Ed è forse questa l’unica cosa che Berlusconi e i suoi fedeli possono rimproverare al co-fondatore del Pdl: la leggerezza del suo discorso.

Ma facciamo un esempio:

“Le regole devono essere condivise e necessitano di arbitri, garanti e imparziali. Nel nostro sistema gli arbitri imparziali ci sono. Coloro che non lo comprendono e che attaccano gli arbitri dimostrano scarsa sensibilità istituzionale. Corriere della Sera, 5 ottobre 2009.

Fini: "No ma lui, l'uomo confonde il consenso popolare che ovviamente ha e che lo legittima a governare, con una sorta di immunità nei confronti di... qualsiasi altra autorità di garanzia e di controllo... magistratura, Corte dei Conti, Cassazione, Capo dello Stato, Parlamento... siccome è eletto dal popolo...

Trifuoggi: "E' nato con qualche millennio di ritardo, voleva fare l'imperatore romano"

Fini: "Ma io gliel'ho detto... confonde la leadership con la monarchia assoluta.... poi in privato gli ho detto... ricordati che gli hanno tagliato la testa a... quindi statte quieto".

Estratto del dialogo tra Fini e il Procuratore della Repubblica Nicola Trifuoggi, “Premio Borsellino”, 6 novembre 2009.

La forma è diversa, ma la sostanza è sempre la stessa. Berlusconi è convinto che il consenso popolare lo ponga al di sopra della legge. Ergo ha una scarsa sensibilità istituzionale.

L’ira del Premier non è esplosa, infatti, per ciò che ha detto il Presidente della Camera, bensì per la scelta di un linguaggio troppo schietto e comprensibile ad un pubblico più ampio.

Berlusconi chiede chiarimenti e una presa di posizione netta da parte di Fini, ma metterlo alla porta in questo momento farebbe vacillare la maggioranza che a breve potrebbe dover salvare nuovamente il premier dai suoi processi.