giovedì 24 dicembre 2009

NOI I RAGAZZI DELLO ZOO DI BERLINO


Christiane è una bambina sveglia, intelligente e sensibile. Nel 1968 si trasferisce a Berlino con i genitori. Loro vogliono aprire un’agenzia matrimoniale, ma gli affari vanno male. Christiane cresce accanto ad un padre violento, alcolizzato e senza lavoro, che presto abbandona la famiglia, ed una madre che, dopo l’abbandono del marito, è più impegnata a ricostruirsi una nuova vita piuttosto che occuparsi di sua figlia.

A dodici anni Christiane comincia a fumare hascish alla Haus der Mitte, il centro giovanile della Chiesa luterana di Gropiusstadt. Poi passa alle droghe sintetiche: Valium, Mandrax, LSD, Efedrina, con le quali si stordisce quando va al Sound, “la più moderna discoteca d’Europa”, uno scantinato maleodorante e centro dello spaccio di stupefacenti e della prostituzione giovanile. Al Sound conosce Detlef, un ragazzo poco più grande di lei, con cui instaura un rapporto che va oltre l’amicizia.

A quattordici anni, dopo un concerto di David Bowie, sniffa per la prima volta eroina. Pochi mesi più tardi comincia a bucarsi.

Trascorre i successivi due anni nel tunnel della droga, vivendo due vite distinte: la mattina frequenta la scuola e il pomeriggio va la stazione dello zoo di Berlino, in compagnia di altri giovani “bucomani”, dove comincia a prostituirsi per potersi permettere la “roba”.

La madre, ignara per molto tempo della tossicodipendenza della figlia, cerca di aiutarla ad uscire dal vortice dell’eroina, ma la disintossicazione è un processo lungo e doloroso. Christiane non riesce a sostenere le terapie, anche per la sua giovane età e spesso ricade nella spirale della droga e della prostituzione.

Nel 1978 arriva la sua prima condanna per detenzione di stupefacenti e ricettazione, ma la pena viene sospesa con la condizionale perché ancora minorenne.

È proprio da questo processo che traggono spunto due giornalisti dello Stern, Kai Hermann e Horst Rieck per scrivere alcuni articoli sul problema della droga tra i giovani degli anni settanta. Ma quella che doveva essere un’intervista di un paio d’ore con Christiane Vera F., diventano due mesi di lavoro. Ne nasce un libro di successo mondiale, coinvolgente e sconvolgente.

È una storia che va oltre la narrazione della vita di una eroinomane. Attraverso il racconto di Christiane, il lettore non prova solo il dolore della tossicodipendenza, dell’astinenza e della disintossicazione; non rivive solo l’orrore di una quattordicenne che vende il proprio corpo per procurarsi i marchi necessari per un quartino d’ero. Questo libro dipinge un quadro ben più ampio di una vita distrutta dagli eccessi. La droga è solo l’effetto, una conseguente degenerazione di un contesto familiare e sociale grigio, alienante e distratto. A casa di Christiane i rapporti familiari erano totalmente assenti. Il padre sfogava la sua violenza in casa picchiando lei e la sorella più piccola. Dopo la separazione la madre si trasferisce con le figlie in un’altra abitazione, ma era spesso fuori casa per lavoro.

L’ambiente sociale in cui viveva, povero e pieno di restrizioni, la frustrava e le insegnava a combattere ed infrangere le regole per ottenere una certa forma di rispetto. Il suo grido di solitudine e voglia di essere amata soffocava tra le mura fatiscenti dei palazzi popolari e svaniva nel fumo di un chilum, moriva nello sballo di un acido

“La mia famiglia era il mio gruppo. Lì c’era qualcosa come amicizia, tenerezza e in un certo senso anche amore. Già solo il bacio di saluto che ci davamo mi faceva impazzire. Mio padre non mi aveva mai baciato così.”

Bastano poche righe per capire il dramma di Christiane, che rappresenta il dramma di una generazione vissuta miseramente: senza l’amore e le cure di un genitore, senza educazione e valori, senza l’aiuto di una società troppo impegnata a produrre e consumare. L’alienazione dalla famiglia portava migliaia di giovani a individuare nuovi modelli di riferimento e una nuove scale valoriali costruite con falsi miti e sentimenti superficiali, frutto dello stesso consumismo e conformismo che cercavano di combattere.

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino è il documento che racconta uno spaccato di vita di 30 anni fa, ma è anche un libro fuori dal tempo, un tempo che non è mai passato. Il problema della droga sussiste, la violenza fra le mura domestiche c’è, ma spesso non è denunciata e per questo ignorata, il sistema consumistico dilaga imperante sostenuto dall’avvento della globalizzazione. Questi elementi permangono nonostante si svelino al mondo sotto altro aspetto.

Allora, forse, vale la pena soffermarci di nuovo a riflettere sulle parole di una ragazzina che troppo presto ha toccato il fondo della sua umanità, e cercare di riaprire un dialogo con una madre spaventata, con un figlio disorientato, con un amico lontano. Ma prima di tutto, tornare a parlare alla propria coscienza.

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